La borghesia è nuda di fronte a Draghi | Il Foglio

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La borghesia è nuda di fronte a Draghi

Il presidente del Consiglio si trova lì non grazie all’establishment italiano, ma nonostante esso

CLAUDIO CERASA  25 FEB 2021

L’ascesa dell’ex capo della Bce è uno schiaffo rifilato ai borghesucci che, con i giornali e le tv, avevano puntato non sul modello Draghi ma sul modello Casta. La classe dirigente e quel reset necessario

Si è detto spesso in questi giorni che l’arrivo di Mario Draghi alla presidenza del Consiglio, per la sua storia, per la sua competenza, per il suo percorso, per il suo curriculum, per la sua fama, per la sua rete di relazioni, rappresenta qualcosa di simile a una straordinaria vittoria per l’establishment italiano.

Ma quest’affermazione, apparentemente lineare e in teoria difficile da contraddire, in realtà corrisponde a una mezza verità, o se volete a una mezza bugia, e se ci si riflette un istante si capirà facilmente che l’ascesa di Draghi, a ben vedere, è uno schiaffo micidiale rifilato a quel pezzo di borghesia che negli ultimi anni, giocando con la cultura anti casta, cavalcando le guerre a favore dell’antipolitica, demonizzando l’uomo solo al comando, aveva scommesso  su un modello di classe dirigente che, se si ha l’onestà di riconoscerlo, si trova agli antipodi rispetto a quello rappresentato dal nuovo presidente del Consiglio.

Draghi, in questo senso, è il riflesso perfetto di una classe dirigente che oggi, mentre esulta per l’arrivo al potere di un pezzo da novanta della classe dirigente italiana, non può non essersi resa conto di aver fatto il possibile per combattere ciò che oggi rappresenta il nuovo presidente del Consiglio e non può non essersi resa conto di aver fatto in questi anni, con i suoi giornali, le sue case editrici, le sue televisioni, i suoi talk-show, le sue voci, una scommessa precisa: avvicinare l’establishment al popolo non guidando il popolo ma facendosi guidare da esso.

La borghesia italiana, che oggi si dice entusiasta e commossa per il modello Draghi, è la stessa che negli ultimi anni, per provare a rinnovare le élite, ha puntato con passione sul populismo giudiziario. È la stessa che negli ultimi anni, per non perdere contatto con il famoso paese reale, ha scommesso con tenacia sulla cultura delle manette. È la stessa che negli ultimi anni, per provare ad avere una politica più debole grazie alla quale contare di più, ha scommesso con coerenza sull’agenda dell’anti politica. Ed è la stessa che negli ultimi anni, per provare a far sentire la sua voce più vicina a quella del popolo, ha goduto senza imbarazzo lanciando libri come “La casta” (Rcs), ha fiancheggiato senza imbarazzo ogni possibile campagna giustizialista (Repubblica), ha promosso senza vergogna programmi come “La gabbia” (Cairo), ha chiuso gli occhi di fronte alle deferenti interviste ai guru della medicina alternativa (le Iene di un tempo) e ha sponsorizzato (e spesso editato) senza pudore un ricco mercato di instant book giudiziari (“Sanguisughe”, “Avvoltoi”, “Vampiri”, “Impuniti”, “Nati corrotti”, “Chiamiamoli ladri”, “Se li conosci li eviti”) costruiti appositamente per assecondare l’osceno spirito del tempo.

Draghi, se proprio dobbiamo dirla tutta, è lo specchio di una borghesia che, in realtà, negli ultimi anni è stata ben poco rappresentata nel paese e non è solo un caso che lo stesso establishment un tempo anti casta che oggi considera Draghi uno di casa dimentichi un dettaglio che forse meriterebbe di essere ricordato: se Draghi è diventato Draghi lo si deve in buona parte anche a una serie di figure storiche che l’establishment che oggi si riconosce in lui nel passato ha fatto di tutto per infilare nel cestino della storia.

    
Nel 1983 fu il ministro del Tesoro del governo Craxi (dicasi Craxi) a scegliere Draghi come suo consigliere economico (il ministro era Giovanni Goria). Nel 1991 fu il settimo governo Andreotti (dicasi Andreotti) a nominare Draghi come direttore generale del ministero del Tesoro. Nel 2005 fu il governo Berlusconi (dicasi Berlusconi) a scommettere su Draghi come governatore di Bankitalia. Nel 2011 fu ancora il governo Berlusconi (dicasi Berlusconi) a lanciare Draghi come presidente della Bce. Nel 2021 è stato Renzi (dicasi Renzi) a creare le condizioni giuste per far arrivare Draghi dove si trova oggi.

Tutto questo per dire che Draghi è certamente un pezzo da novanta della nostra classe dirigente ma la verità è che il modello di borghesia che incarna il presidente del Consiglio è un modello che la borghesia italiana negli ultimi venticinque anni ha fatto di tutto per non avere. In altre parole, Draghi si trova lì non grazie all’establishment italiano, ma nonostante esso. E anche per questo la grande stagione del reset, imposta dal nuovo presidente del Consiglio, vale non solo per la politica ma prima di tutto per la borghesia italiana. Che, costretta a guardarsi allo specchio, ha finalmente l’occasione, forse, di uscire dall’epoca della lagna, di farsi in quattro, di cambiare schema, di diventare un esempio e di essere una classe un po’ meno digerente e un po’ più dirigente. Claudio Cerasa