Amo D’Alema in maniera viscerale, è l’unico che se ne frega dello spirito del tempo

Guia Soncini: “Amo D’Alema in maniera viscerale, è l’unico che se ne frega dello spirito del tempo”

Intervista alla scrittrice Guia Soncini: “Il lavoro si paga, meglio lui di Draghi che fa il premier gratis”

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Guia Soncini

A Massimo D’Alema è stato contestato l’incasso di 10 mila euro al mese da presidente della Fondazione dei Socialisti europei. Lui ha risposto: “Le mie prestazioni intellettuali valgono più di quel che mi hanno dato”. La scrittrice Guia Soncini ne ha parlato su Linkiesta. “Comunismo è dove non mi siedo io. Draghi impari il senso del capitalismo da D’Alema” è il titolo della sua rubrica. Le abbiamo chiesto di commentare la vicenda. “D’Alema ha fatto benissimo a prendere quei soldi. Poi ha usato la parola “prestazione” che sa subito di sesso, e fa molto ridere”. 

D’Alema, dicendo “Alla Feps ero pagato meno del mio valore, è una vendetta politica”, ha aperto una questione per cui tutti hanno gridato allo scandalo.  Lei, nella sua rubrica “L’Avvelenata”, ha scritto del rapporto malato tra Italia e Capitalismo. 

“In Italia abbiamo un rapporto complicato con i soldi, ma non siamo gli unici. L’altro giorno in un editoriale sul New York Times c’era scritto: “La mia generazione ha fallito perché l’obiettivo che c’eravamo preposti era l’eliminazione dei miliardari”. Prego? Ma come? Allora rivolete il comunismo, diceva Corrado Guzzanti. La verità è che anche il capitalismo più capitalista, cioè quello americano, è diventato apologetico come il nostro, pronto ad andar dietro a istanze poveracciste un po’ a caso. Un americano mi spiegava come gli americani abbiano smesso di essere quelli che desideravano fare carriera per comprare una limousine, per diventare quelli che alla limousine vorrebbero dare fuoco”.

Si sono allineati?

“Ci emulano in molte cose. Hanno avuto Trump dopo che in Italia abbiamo avuto Berlusconi. Ora si sono adeguati anche a questo rapporto contraddittorio che noi abbiamo con i soldi. Alla nostra stupidissima voglia di trovare il denaro una cosa brutta. Il sogno americano era diventare ricchi: se eri un ragazzino povero, pensavi a come risolvere i problemi che avresti avuto una volta diventato un adulto ricco. Oggi gli americani contestano i guadagni di Jeff Bezos”.

D’Alema come Jeff Bezos? 

“Dicono che non è giusto che Bezos guadagni non so quanti milioni di dollari al giorno [321, ndr] e che un magazziniere dei Amazon prenda 2mila dollari al mese. Certo è vero, c’è la disparità, la diseguaglianza, ma perché un imprenditore dovrebbe sbattersi, mettere su un’impresa, se non perché sa che se riuscirà, se non fallirà, guadagnerà uno sproposito? Senza considerare il fatto che un miliardario come Bezos i soldi li ridistribuisce anche”.

E poi Amazon paga anche le tasse…

“Oltretutto. Pensiamo anche alle varie accuse di elusione e di utilizzare tutti i buchi legislativi per pagarne meno possibile. Mica è colpa dei miliardari, ma di chi non tappa i buchi legislativi. Stiamo parlando di un Paese in cui i miliardi sono perlopiù fatti e non ereditati. È gente che si è sbattuta ed è arrivata a un traguardo. Ma che volete di più dalla vita. Tra l’altro credo che il fatto che i soldi non siano ereditati dalla famiglia crei una ulteriore ragione di ira sociale negli Usa. In Italia puoi sempre raccontarti che gli altri abbiano più successo di te perché sono raccomandati o hanno ereditato da papà. In un Paese in cui se cominci da un garage puoi diventare miliardario, è difficile dare la colpa agli altri”.  

E così succede che D’Alema viene accusato di essere l’uomo dalle “scarpe milionarie”.

“D’Alema è stato Fedez prima di Fedez. Quando noi diciamo al marito della Ferragni che non deve fare l’elemosina in Lamborghini, gli stiamo dicendo che avere una macchina da ricco è una cosa che ci offende. Non consideriamo che in quel modo fa lavorare gli operai della Lamborghini. L’Italia produce lusso: macchine, vestiti, vini buoni. Non produciamo componenti. Che sia D’Alema che si compra le scarpe fatte a mano o una barca, o Fedez che compra la Lamborghini, o io che mi compro una borsa costosa, tutti stiamo facendo lavorare il Made in Italy. Provvediamo come Bezos a far guadagnare l’operaio, che dello stipendio che discende dal lusso vive. In che modo il mondo sarebbe migliore se Fedez andasse in bicicletta?”.

Nella rubrica su D’Alema scrive: “Quando lo spirito del tempo è particolarmente scemo, qualcuno deve trovare la forza di andare contro lo spirito del tempo. Di dire: non solo dovete pagarmi, ma anche bene”.

“La cosa interessante è che essendo D’Alema novecentesco non si scusa. In un mondo in cui Mario Draghi rinuncia allo stipendio, Fedez si mortifica e dice venderò la Lamborghini, io amo D’Alema in maniera viscerale. Perché ormai hanno vinto loro, quelli delle polemiche dei social, e non c’è modo di sottrarsi. Perché oggi o ti scusi, ti spieghi, e fai tutte quelle cose che la Casa Reale inglese ordinava di non fare, ovvero mai scusarsi mai spiegarsi (“Never complain, never explain, never say I’m sorry”), oppure sei un mostro che non tiene conto dello spirito del tempo, del sentimento popolare. Gli americani dicono “Read the room”, Cerca di capire quello che vuole la stanza in cui entri. Ma sono gli americani senza personalità: Steve Jobs diceva che il compratore non sapeva cosa desiderava finché non glielo diceva lui. Non mi viene in mente nessuno che abbia combinato qualcosa di rilevante assecondando le folle”.

D’Alema è uno dei pochi che non risponde al linguaggio del tempo

“Non so dire se sia un aspetto del suo carattere oppure se può permettersi di farlo perché non ha più niente da perdere. Mi viene in mente solo un altro, nell’Italia di oggi, che si permetta di dire quello che vuole senza mai scusarsi: Fiorello. Se stai sui social oggi non puoi non rispondere. Decidere di fregarsene è una scelta possibile ma non per chi fa un mestiere che dipende dal consenso popolare, come l’attrice, il politico, o il marito dell’influencer”. 

Nella tua rubrica oltre a citare Draghi che si taglia lo stipendio parli anche di Maria de Filippi che nel 2017 ha condotto il Festival di Sanremo gratis. 

“Quello che nessuno dice è che i soldi sono come i filtri di Instagram. Se sei figa puoi non usarli perché sei perfetta anche con la luce imperfetta. Puoi rinunciare al denaro se ne hai che ti avanza. Per cui credo che sia la De Filippi sia Draghi non ne avessero semplicemente bisogno. Il problema è che il messaggio è sbagliato. È un messaggio di comodo. Senza compenso nessuno ti potrà dire: “Hai preso troppi soldi dalla Rai”. Credo sia questa una delle ragioni per cui Fiorello fa così poca televisione, per non sentirsi dire: “Ah, sei pagato fantastiliardi coi nostri soldi, e noi non arriviamo a fine mese”. Una persona normale, che sappia quanto vale il suo lavoro, non ha nessuna voglia di giustificarlo a una massa di incompetenti. Non deve spiegarlo all’utente di internet. Se il dirigente dell’azienda di comunicazione non vuole fare il Direttore Generale della Rai a 200mila euro è perché altrove gliene danno 600mila. Capisco che sembrino cifre enormi, ma il mercato esiste”.

Il messaggio che passa è che chi non si fa pagare è bravo e dignitoso. Mentre se ti fai pagare sei avido e immorale. 

“Ed è una cosa che vale soprattutto per le donne. Perché chiedere i soldi non è considerato femminile. Ed è colpa nostra, sia chiaro. Perché vogliamo essere seduttive. Ci interessa che quando usciamo da una stanza nessuno dica “quella stronza”. Chiaramente se chiedi più soldi ti diranno che sei una stronza. Ma probabilmente avrai avuto più soldi. Sarai stronza e contenta”. 

Eppure molte non la pensano così. 

“Ellen Pompeo, di Grey’Anatomy, ha chiesto più soldi per fare ulteriori stagioni di quello sceneggiato, glieli hanno dati, è diventata l’attrice più pagata della televisione americana. In un’intervista ha detto una cosa sacrosanta: “I soldi bisogna chiederli”. Ha ragione, perché nessuno dirà: “Ehi ragazza, pensavo di darti più soldi perché così mi costi di più”. Non è vero che le donne vengono pagate poco perché le aziende pensano che valgano meno degli uomini, vengono pagate meno perché non chiedono di essere pagate di più”.

Non hanno capito che chiedere fa parte del lavoro?

“Il voler essere simpatici è il problema delle donne e del divario salariale. Spesso si preferisce restare tranquille, non creare problemi, perché così si può tornare a casa appena il bambino ha la tosse all’asilo, invece di essere quelle che siccome vengono pagate tanto devono anche essere più responsabili”.

A proposito di donne, parliamo del caso Aspesi. La giornalista di Repubblica ha detto che i morti in fabbrica sono un problema più grave del catcalling. È stata accusata di essere una cattiva femminista, proprio lei che ha fatto la storia del femminismo in Italia. Perché una cosa così condivisibile viene attaccata sui social?

“Tra i commenti alla questione c’era gente che riferiva d’essere informata sulla sua carriera giacché aveva cercato cinque minuti prima la voce Aspesi su Wikipedia. Va benissimo non sapere niente, non si è tenuti a sapere tutto, però perché ne dibatti? Questo non mi è chiaro. È uno dei tanti meccanismi deliranti dei social. Il bello è che la Aspesi si rivolgeva a loro, a quelle che si occupano di body-positivity, catcalling sui social. E tutte loro, il giorno dopo, per far vedere che parlavano di cose davvero importanti, discettavano di Israele e Palestina, senza però saperne molto. Ho scritto una rubrica anche su questo, uno degli opinionisti di Instagram ha risposto che non ho capito quanto lui fosse un divulgatore, e che prima di fare un video su Israele e Palestina lui aveva studiato 12 ore. Quest’idea del corso intensivo da autodidatta, 12 ore per sapere tutto delle guerre in Medioriente, mi è sembrata davvero molto interessante”. 

Per tornare a D’Alema, anche in questo caso gli utenti di internet si sono indignati.

“Se fossi D’Alema andrei in Palestina con le scarpe fatte a mano e spargerei contanti sulla folla. Ma forse questa frase non si può scrivere senza che venga presa sul serio: dire “era una battuta” è ormai doveroso quasi quanto fingersi poveri. Dal punto di vista di D’Alema, poi, immagino non ci sia granché da ridere: è come se ti accusassero di rubare lo stipendio. Il problema non è il suo che ha ritenuto che le sue “prestazioni” andassero pagate, ma di quelli che lo hanno preceduto nel ruolo di presidente della Feps, e lo hanno fatto gratis. È il contesto che lo fa sembrare avido. Ma ripeto, perché uno dovrebbe lavorare senza essere pagato? La cosa che mi lascia stupita è questa massa indistinta che è quella che pretende che D’Alema lavori gratis, che la De Filippi lavori gratis, che si compiace che Alessandro Di Battista restituisca i soldi allo stesso modo di quando li restituisce Draghi. Questa è la stessa gente che fa la lagna sui social perché le offrono solo stage non retribuiti. È ora di fare pace con il cervello. Benedetti ragazzi, pensate davvero che un domani, dopo questa campagna per slegare il lavoro dai soldi, vi offriranno uno stage retribuito pagandovi con i soldi restituiti da Draghi e D’Alema?”.